I problemi dell'editoria sono noti a tutti. Soprattutto per i giornali politici. È di oggi la notizia che il Manifesto sia in liquidazione. La notizia la dà Globalist.it. "Da tempo - si legge sul sito - i conti del giornale erano pesantemente in perdita e ora si è arrivati al passo finale. Quali scenari? Nei prossimi giorni arriverà il liquidatore nominato che valuterà i bilanci e deciderà cosa fare". 

I giornalisti di Liberazione, invece, ieri hanno esposto la loro proposta all'editore. "Tornare subito al pdf di 8 pagine; applicare a tutti il contratto di solidarietà al 60% e visto che così l’editore dovrebbe pagare il doppio di quanto dice di poter spendere, fare collettivamente una donazione mensile al Partito di Rifondazione comunista pari alla metà del costo lordo del lavoro. L’editore verrebbe così a spendere per 35 persone quanto ha deciso di spendere per 6, mentre la cassa comune di solidarietà dell’assemblea occupante ridistribuirebbe il denaro, portando tutte le retribuzioni a 1400 euro netti, uguali per tutti".
"Mehdi Khazali, figlio dell’ayatollah Abolghasem Khazali e responsabile del blog dissidente Baran, è stato frustato per ordine delle autorità iraniane e condannato dalla Corte di Teheran ad una pena detentiva di 14 anni. Lo ha reso noto l’organizzazione Reporter Senza Frontiere. A Khazali, arrestato per la quinta volta, è stato impedito di lasciare per i prossimi dieci anni la città di Borazjan, nel sud dell’Iran. Medico e veterano della guerra contro l’Iraq del 1980-88, Khazali nel suo blog lanciava pesanti critiche al regime di Teheran, denunciandone l’operato politico e le reiterate violazioni dei diritti umani, senza risparmiare annotazioni molto sarcastiche sul presidente Ahmadinejad. Il suo primo arresto avvenne nel 2009, nell’ambito della repressione del governo seguita alle proteste per la controversa rielezione di Ahmadinejad ma venne rilasciato dopo pochi giorni su cauzione". 

Lo riporta Asca/Afp


“Se Steve Jobs fosse nato a Napoli” è un libro che ti fa incazzare. Almeno è quello che è successo a me leggendolo. L'ho divorato nell'arco di due sere e la prima cosa che posso dire sul libro di Antonio Menna è che raramente mi è capitato di passare dal sorriso allo sdegno con così tanta velocità da una pagina all'altra. Nel suo romanzo (che è l'ampliamento di un post sul suo blog che lo ha reso famoso) Menna propone la trasposizione della nascita della Apple nei Quartieri Spagnoli di Napoli. Ci sono Stefano Lavori e Stefano Vozzini (alter ego italiani di Jobs e Wozniak), uno aiuta il padre con il banco al mercato e l'altro studia architettura e ha una mamma ansiogena.

Lavori è intelligente, ha voglia di fare ma non ha potuto studiare all'università perché di soldi non ce ne sono. L'intraprendenza non gli manca. Ha un suo progetto. Vuole creare un computer velocissimo, che non prende virus e non si impalla mai. Coinvolge l'amico nel sogno per il design e il marchio: “Q” come Quartieri.

Da qui nasce la via crucis di due giovani con una bella idea che, loro malgrado, si ritrovano di fronte a mille difficoltà burocratiche e fiscali e a personaggi di dubbia moralità che gli fanno capire ben presto che essere onesti non basta. Stefano e Stefano non vogliono cambiare e insistono finché non si imbatteranno in qualcosa più grande di loro.

Mentirei se dicessi che la storia raccontata da Antonio Menna non mi ha lasciato una profonda amarezza addosso. Ho letto i capitoli con un peso sullo stomaco per la rabbia suscitata da una vicenda del tutto verosimile. Non si commetta, però, l'errore di pensare che tutto quello che accade ai protagonisti potrebbe succedere solo perché sono napoletani. Al di là dei rapporti forzati con i capozona della camorra, per il resto tutto ciò che è narrato da Menna rappresenta in modo fedele le difficoltà che un giovane italiano ha nell'emergere. Quella inquietudine che si ha quando tutti intorno a te, pensando di fare il tuo bene, smorzano le tue ambizioni, i tuoi sogni perché “la situazione è quella che è ed è meglio tenersi stretto quel poco che si ha”. Ecco, più leggo e scrivo questa frase, più sento la rabbia (la “fevra”) montare.

Il libro di Menna è la storia di fantasia più vera che io abbia letto in questi ultimi anni e terminandolo capisci quanto sia condivisibile la frase del premio Nobel per l'economia Amartya Sen citata da Pino Aprile nella prefazione: “Un uomo è quel che le circostanze gli permettono di essere”.

Vero, ma mi fa incazzare lo stesso.            



“Acquisire tutti gli articoli e le inchieste dei giornalisti italiani minacciati per scrivere una storia unica di tutti i giornalisti minacciati in Italia e formare un fascicolo pubblico delle notizie che si cerca di oscurare con minacce e intimidazioni”. Questa la richiesta formulata alla Commissione Parlamentare Antimafia, che lo ha ascoltato ieri, da Giovanni Tizian, il giornalista che dal 22 dicembre scorso vive sotto scorta per le sue inchieste sulle infiltrazioni della mafia a Modena e in Emilia Romagna.

Nella stessa audizione del Comitato Scuola e legalità, presieduto dal senatore Enrico Musso (Pdl) è stato ascoltato il presidente dell´Ordine nazionale dei Giornalisti, Enzo Iacopino, che ha chiesto alla Commissione un´indagine per tracciare la mappa degli assetti proprietari delle testate giornalistiche. “Abbiamo il ragionevole dubbio - ha spiegato Iacopino - che in alcun casi dietro i prestanome si nasconda la mano della criminalità”.

Iacopino ha salutato come “una assoluta novità, un fatto “positivo, importante la decisione dell´Antimafia di affrontare la questione dei tantissimi giornalisti minacciati in Italia, un fenomeno allarmante documentato dall´Osservatorio Ossigeno per l´Informazione che fornirà nei prossimi giorni alla Commissione i dati a cui anche noi facciamo riferimento”. Leone Zingales, vice presidente dell´UNCI, che quest´anno, il 3 maggio, organizza a Palermo la Giornata della Memoria dei Giornalisti Uccisi, ha invitato l´Antimafia a partecipare alla cerimonia e a svolgere in Prefettura audizioni dei giornalisti siciliani minacciati. L´invito è stato accolto.

Le audizioni dell´Antimafia proseguiranno nei prossimi giorni con Roberto Natale, presidente della Fnsi, e Alberto Spampinato, direttore di Ossigeno, l´osservatorio sella Fnsi e dell´Ordine dei giornalisti sui cronisti minacciati che per il 2011 ha segnalato 95 episodi in cui sono stati coinvolti 324 giornalisti. L´osservatorio ne ha segnalati altri cinque nel 2012 con 19 giornalisti coinvolti.

(Ansa)

Discuteremo per giorni, anche sui social network, di quello che Mario Monti ha detto ieri sera a Matrix. La frase "L'idea di un posto fisso per tutta la vita? Che monotonia!" la ritroveremo storpiata e ripetuta in tutte le salse. Il che è nella normalità. 

Quello che però andrebbe sottolineato, al di là delle polemiche buone solo per qualche parlamentare per finire in un tg della Rai, è che il Premier ha detto una banalità di dimensioni cosmiche.

Non credo di dire una stupidaggine quando dico che almeno il 90% degli italiani Under 35 (ma purtroppo anche una buona fetta degli Over) considera il posto fisso una chimera. L'idea di lavorare per 35 anni nello stesso posto è una particolarità che rende il nostro paese arretrato sotto questo punto di vista rispetto ad altre nazioni europee. 

Quello che, però, su cui Monti e tutti noi ci dovremmo soffermare è sulla deriva tutta italiana che ha preso il termine flessibilità nel lavoro. Una flessibilità nel lavoro che sarebbe giusta qualora gli stipendi consentissero di districarsi col costo della vita e di potersi mantenere. Flessibilità che sarebbe normale qualora anche le banche capissero questo sistema nel momento in cui vai a chiedere un mutuo per acquistare una casa. Il mondo del lavoro è flessibile qualora, perso il posto, una persona si trovi di fronte ad altre scelte lavorative. Sia chiaro: non sto parlando del mondo dei sogni dove se ti licenziano puoi scegliere tra altri dieci lavori uno più bello dell'altro, ma tra quello e il deserto che ti ritrovi davanti nel momento in cui perdi (o vuoi cambiare) il lavoro ce ne corre.  

Flessibilità in Italia è diventata subito sinonimo di precariato, lavoro mal pagato e, spesso purtroppo, lavoro gratis. Siamo stati bravissimi nell'essere italiani in questo, cioè nel prendere un sistema di regole e piegarle a nostro piacimento per un tornaconto egoista. 
Lo stage è diventato l'occasione per un'azienda di avere ogni sei mesi un ricambio senza fine di giovanotti e giovanotte non pagati (se non pochi spiccioli laddove succede) da far lavorare senza alcun tipo di possibilità di assunzione. 
I contratti a termine, soprattutto senza tutele con una previsione di pensione pari a zero, sono diventati un'arma di ricatto senza eguali perché le aziende sanno che tu, povero disgraziato, se perdi quel lavoro prima di trovarne altri dovrai passarne di tutti i colori. E non è detto che tu ci riesca. E non è detto che tu possa trovarne di altri. 

Quindi se vogliamo polemizzare sul nulla, sull'idea di un posto fisso che tantissimi giovani già da tempo non hanno più, facciamolo. Ma non porterà a nulla. Se si vuole davvero migliorare la condizione del mondo del lavoro italiano, impedendo che migliaia di under 40 lascino questo paese ogni anno per andare altrove tanto per fare un esempio, si comincino ad abbattere le fondamenta malate che hanno trasformato il termine flessibilità in precariato senza prospettiva.   

“Negli ultimi tempi, ho pensato di nuovo ai tre cerchi della musica. Nel primo cerchio posso aprirmi un varco nell'attimo in cui leggo uno spartito, fischiettandolo appena o provando qualcosa al pianoforte. Ne ho la percezione e già sono dentro il primo cerchio. Il secondo cerchio lo varco quando ascolto con attenzione la musica, o quando la suono più o meno correttamente. Ora è la volta del terzo cerchio. Cos'è in realtà la musica? E' un discorso. Ma il compositore non parla con parole, ma con simboli; come un muto che parla a gesti e spera che lo capiscano. Non è sicuro. Vuole che lo capiscano, ma sa che i segnali giungono solo a chi sa decifrarli”.

“Il minotauro” di Benjamin Tammuz ha il merito di avermi fatto conoscere un nuovo modo di presentare, costruire e raccontare una spy-story. L'intrigo, il giallo è quasi un sottofondo di una storia d'amore surreale fatta solo ed esclusivamente di lettere inviate da un agente segreto ad una giovane ragazza. Storie diverse, mondi così lontani tra loro che grazie a Tammuz si mescolano in un intrigo amoroso costellato anche di omicidi. Come detto il mistero sembra quasi messo in secondo piano ma c'è, è tangibile, in ogni riga fino all'epilogo conclusivo che non delude il lettore.
Conoscevo Tammuz di fama ma questo è stato il primo libro che ho letto.
Non credo sarà l'ultimo.  



Vincenzo Cosenza presenta uno studio molto interessante realizzato da Semiocast in cui si mostra il rapporto tra varie nazioni e Twitter. 

Per quel che riguarda l'Italia. "L’azienda - scrive Cosenza - mi ha detto che gli italiani iscritti risultano essere 4,1 milioni (22° posto), mentre a gennaio 2011 erano 1,7 milioni. Tra settembre e novembre il 48% (1,97 milioni) si sarebbe connesso, ma solo il 25% (1,03 milioni) avrebbe postato almeno un tweet".



Su Fanpage bella infografica sul mercato italiano di Google+.  La consiglio caldamente.


"La piattaforma social di Google in Italia gode di oltre un milione e mezzo di account. Poca roba naturalmente rispetto a Facebook, ma va considerato che i numeri sono in crescita e il mercato italiano in forte espansione. Le relazioni personali sono lo scopo principale per gli utenti italiani, la maggior parte dei quali sulla piattaforma sembrano essere Single, circa la metà, mentre un quarto è rappresentato da persone sposate (il resto si perde nella galassia infinita di tipologie di relazioni, aperte, domestiche ecc)".

Io, nel mio piccolo, ne avevo parlato qui.



Monica Ricci Sargentini su Le Persone e la Dignità segnala un problema non da poco per quel che riguarda la libertà d'informazione in Turchia, stato che dovrebbe entrare a far parte dell'Unione Europea. La situazione è leggermente preoccupante. 
"Nedim Sener e Ahmet Sik, due reporter investigativi agli arresti dallo scorso marzo in una prigione di massima sicurezza di Istanbul, erano tra gli 11 imputati che speravano in una fine della custodia cautelare quando sono apparsi in tribunale venerdì scorso. Ma dopo un’udienza fiume, durata dalla mattina fino quasi a mezzanotte, si sono visti respingere la loro istanza: “Dato che la raccolta delle prove non è stata ancora completata e visto il forte sospetto che un crimine sia stato commesso la corte ha votato all’unanimità perché la detenzione degli 11 sospettati continui” ha raccontato alla Reuters Sedat Celik, avvocato di uno degli imputati. Secondo Celik “le prove alla base di questo processo sono completamente infondate”. (…) Il problema è che in carcere non ci sono solo Sener e Sik ma altri cento membri della stampa. E’ uno dei numeri più alti al mondo che ha fatto scivolare la Turchia di dieci posizioni rispetto al 2010 nella classifica redatta da Reporters sans Frontieres sulla libertà di stampa".